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sabato 27 ottobre 2012
La follia della città
Ieri sera, mentre uscivo esausta da una giornata di lavoro al Salone del Gusto di Torino, sono stata quasi investita da un'auto sulle strisce pedonali. Non esagero: anche se le auto procedevano a passo d'uomo e la zona era illuminata, ha inchiodato sull'asfalto bagnato e mi ha sfiorato il giaccone; ho realizzato in un istante che se mi avesse urtata sarei caduta e un'altra auto mi avrebbe dato il benservito definitivo. C'era il solito ingorgo dell'ora di punta, peggiorato dalla pioggia e dal fatto che fossimo davanti alla Fiera. Spaventatissima ho iniziato a gridare improperi alla ragazza dell'auto, che si è fermata per scusarsi dicendo che non mi aveva vista (ammetto che mi ha anche fatto pena, se non fossi stata troppo agitata in quel momento) mentre le macchine dietro suonavano il clacson, perchè niente e nessuno ha diritto di rallentare la loro processione del traffico.
Subito dopo ho provato tanta amarezza, perchè ho sentito tutta insieme l'energia negativa della città, quella più folle, isterica, malata. Tutti corrono, incollati al sedile delle auto, snervati dal traffico, dalla giornata frenetica; ci sopportiamo a malapena, siamo egoisti, sfrustrati, maleducati, non rispettosi degli altri. Come si suol dire, compriamo le auto per poter andare al lavoro e andiamo al lavoro per pagare le rate dell'auto, e mentre siamo in auto per andare al lavoro ci ritroviamo tutti insieme imbottigliati negli ingorghi e diamo il peggio di noi stessi.
A parte il consiglio di buon senso di non attraversare MAI sulle strisce se non sono regolate da un semaforo, perchè sui rettilinei dei corsi torinesi la gente sfreccia a tutta velocità appena ha qualche metro libero, ho realizzato che detesto far parte di questo meccanismo. Un'improvvisa nausea per le corse che ci tocca fare, per l'ingranaggio consumistico e di paura della crisi in cui siamo inseriti. Dobbiamo avere la forza di vederlo, perchè non è un ritmo di vita naturale ma è un sistema malato che questa società ha creato.
"Fermate il mondo, voglio scendere!", mentre ero ormai in salvo sulla metropolitana (come una scena di "Sliding Doors") mi è tornata in mente questa frase dai tempi dell'adolescenza, dimenticata in qualche meandro della memoria,
Arrivata a casa stanca, agitata e con tutti questi pensieri che mi frullavano disordinatamente in testa, ho chiuso la porta pensando che ho voglia di lasciarmi la città pazza fuori e staccare il cervello, restando solo in compagnia del Cowboy, del mio gatto Camillo, dei miei gomitoli, dei miei libri e delle amicizie vere, che si contano sulle dita di una mano ma che pquesto sono ancora importanti. E naturalmente di voi che mi fate l'onore di venirmi a leggere.
venerdì 22 giugno 2012
City Country Books
Per iniziare a parlare di libri, la mia vera passione da sempre, ho scelto un libro che ho appena terminato a tema countrylife.
Un mesetto fa, approfittando di una campagna di sconti 20% su tutti i libri, sono uscita dalla libreria con un bottino niente male. Avevo voglia di narrativa, e questa novità mi strizzava l'occhio dallo scaffale.
Si chiama "Dirty Life - Una storia d'amore, cibo, animali" di Kristin Kimball. L'editore è Elliot, che propone degli esordienti che spesso incontrano il mio gusto.
E' la storia di una giornalista trentenne newyorkese che, scrivendo un reportage sui produttori di alimenti biologici, si innamora sia dell'agricoltore che del progetto di avviare da zero una fattoria di cibo biologico, molla tutto e si immerge in una nuova vita, un po' improbabile e molto faticosa.
All'inizio ero sul punto di lasciar perdere, perchè parte con una classica storia americana alla Sex & The City: lei single, rampante, dedita solo ad aperitivi, feste e flirt ma insoddisfatta, lui agricoltore laureato aitante, che sceglie la terra per vocazione e rifiuta il progresso che snatura l'agricoltura. Lei lascia tutto e lo segue perchè sente che sia la cosa, giusta, anche se razionalmente sembra a tutti una scelta folle. Ho perseverato le prime 50 pagine per scoprire che il libro, la storia vera autobiografica dell'autrice, diventa meno superficiale e molto realistico.
Distrugge ogni fantasia sulla campagna bucolica e idiliaca, per mostrare la vicenda di due persone tenaci, perseveranti, dedite a un lavoro faticosissimo, sporco, poco remunerativo, ma che alla fine dà delle soddisfazioni. Scelgono un tipo di agricoltura molto impegnativa e sostenibile: non usano pesticidi nè macchine agricole ma solo attrezzi a trazione animale (come gli Amish, da cui hanno imparato alcune tecniche), allevano razze autoctone e coltivano prodotti locali. Una vita durissima, tra gelo, caldo, malattie degli animali e dei raccolti, da cui però si impara un concetto importante: la concretezza che la terra ti dà (e a cui ti costringe ad adeguarti) e da cui la protagonista capisce presto di non poter più fare a meno.
Il sogno che sembrava irrealizzabile si avvera con enormi sacrifici, la fattoria diventa autosufficiente e remunerativa, produce ortaggi, carne e fornaggi biologici per gli "abbonati" che ogni settimana fanno la spesa a chilometri zero alla fattoria. L'autrice vive attualmente ancora lì con il marito e due bambine. E' una donna che, in modo confuso, desiderava una cambiamento radicale, qualcosa di meno effimero di ciò che senza davvero scegliere aveva vissuto fino ad allora, e finalmente sente di aver trovato una collocazione nel mondo, un posto in cui sentirsi a proprio agio e dove i valori hanno priorità diverse, dove mangia ciò che produce, riduce al minimo il superfluo e il senso di insoddisfazione.
Da leggere se si è interessati all'argomento, per sfatare alcuni luoghi comuni sulla campagna che i cittadini frustrati spesso hanno (le levatacce prma dell'alba al gelo per mungere le mucche sinceramente le eviterei volentieri...). Non è un capolavoro letterario, ma una lettura gradevole e un po' insolita, che racconta in modo sincero e diretto i lati positivi e negativi di quel tipo di vita.
Bella anche la descrizione del rapporto con gli animali, anche se li allevano per mangiarli...però in quel contesto sembra comunque che ci sia un equilibrio, un ecosistema e un rispetto per le esigenze di tutte le specie che vivono nella fattoria.
E poi è una storia che dimostra come tutto quello che nella società attuale viene bollato come antieconomico, fallimento, progetto senza un valido business plan, spostando leggermente il punto di vista può essere perfettamente remunerativo, soddisfacente, da replicare.
lunedì 14 maggio 2012
L’eterno dilemma
…il solito,
City Girl o Country Girl?
Ieri mi sono sentita entrambe, perfettamente divisa a metà.
Bellissima giornata in campagna insieme ad un gruppo di amici speciali che
abbiamo conosciuto ad un corso di Cammino Profondo, un’esperienza unica che presto
merita un post tutto per sé.
Due figlie adolescenti piene di interessi e di entusiasmo, che
la prima volta in cui sono state in un condominio hanno chiesto
alla mamma come fa la gente a vivere così appiccicata una sull’altra. La scelta
di lavorare in città come pendolari per non far crescere le figlie in quel “non
luogo” che è la periferia dove loro stessi erano cresciuti. La decisione sembra
lasciare l’energia per tante cose: fare il pane in casa, lo yogurt, seguire i
propri numerosi interessi culturali e impegni sociali, far parte di un gruppo
d’acquisto, portare avanti uno stile di vita consapevole. La CityCountryCoppia
è un vulcano! Chissà se abitassero in qualche grigio condominio di 9 piani con
vista tangenziali, se sarebbero così vitali….
Insomma, torno a casa affascinata dall’atmosfera, dalla passeggiata nella natura, dal pranzo nella
cucina rustica con un’atmosfera molto conviviale, e penso che quello stile di
vita mi piace.
Arrivati a Torino vedo un
manifesto: il 23 maggio ci sarà un concerto gratuito di Franco Battiato, il
“maestro” mio, del Cowboy e di tante altre persone, nell’ambito del Festival
della Legalità. Lo avevo visto per la
prima volta a Settembre Musica e mi ero domandata quanto avrei dovuto aspettare
per rivederlo, e neanche un anno dopo, eccolo qui: in piazza, per tutti. In 15
minuti di autobus da casa posso arrivare comodamente al suo concerto!!
Scusate se l’entusiasmo esagerato, ma ad un Comune che mi
offre queste opportunità su un piatto d’argento pago volentieri anche l’IMU e
l’aumento sulla tassa rifiuti!!!
Se penso a quanti concerti gratuiti ho potuto assistere in
un anno, mi vengono subito in mente i Subsonica al 25 aprile 2011, gli MTV
Days, Settembre Musica a prezzo politico, il Jazz Festival. E poi Torino
Spiritualità, il Traffic, Paratissima, la Notte Bianca. L’obiettivo non è fare propaganda
all’amministrazione di Torino, ci mancherebbe, ma è riflettere sul vantaggio di avere
un’offerta culturale e di svago vasta e accessibile. Quello che amo della grande città
è che mi fa sentire viva, mi offre stimoli e mi permette di scegliere con
relativa facilità tra cinema, concerti, corsi di yoga, knit cafè, tai chi all’aperto,
e qualunque cosa mi venga in mente. Tante possibilità a portata di mano per
conoscere persone affini e iniziative interessanti.
Non che in campagna tutto questo sia precluso, semplicemente
bisogna essere più motivati e disponibili a qualche sacrificio. Sono cresciuta in un paese a 30 chilometri da
Torino, nelle vicinanze c’erano 2 cinema che ovviamente davano i film più
commerciali per riempire la sala, e raramente avevo voglia durante la settimana
di rincorrere il film che mi interessava in città, farmi un’ora e mezza di auto
tra statale, tangenziale e parcheggio per andare ad uno spettacolo se proprio
non era una cosa imperdibile. Così ci accontentavamo del Cineforum del Martedì
Sera, affollatissimo da tutte le persone affamate di cultura della zona. Senza
contare che se non avevi la macchina eri tagliato fuori; mio padre sosteneva
che non ero in grado di guidare nel traffico di Torino e rifiutava di farmi
provare. Finchè il richiamo della città e il coraggio dell’inesperienza mi hanno
spinta ad azzardare: all’inizio ero la più imbranata, ligia al codice della
strada, aggredita a colpi di clacson, ora mi sono adeguata fin troppo bene alla
guida disinvolta della città.
Ma imparerei volentieri anche a cavalcare Ludwig.
lunedì 30 aprile 2012
Qualcosa di cui parlare
Essere una City Country Girl non è un controsenso come sembrerebbe.
Non immaginatevi
Heidi catapultata in città o Laura Ingalls della Casa nella Prateria
rincarnata in una ragazza del 2012. Credo che si possa essere una City Country
Girl senza essere una creatura più bizzarra di quante ce ne siano intorno a me
in questa città.
Mi sono sempre sentita un po’ in bilico tra definizioni e identità diverse, forse sta
proprio nella mia natura di Gemelli o
nella mia curiosità verso tutto ciò che è nuovo e differente.
Sono una Country Girl di nascita perché sono nata e
cresciuta in campagna fino a 25 anni, e una City Girl perché fin dall’adolescenza
sentivo il richiamo della città, dei posti dove “accadono delle cose”, dove
puoi vivere in prima persona le tendenze e le novità e dove si possono scegliere amicizie e
interessi e non si va nel solito bar in
piazza con i soliti amici a (s)parlare delle solite persone (è una cosa che mi
metteva un’ansia tremenda quando ero nel countryside…). Ero di quelli che giurava di scappare da quel
buco di paese e trovare la propria collocazione nel mondo. In verità non l’ho ancora trovata, ma in città
ho un mio equilibrio che quasi sempre placa le inquietudini esistenziali.
Ho però subito sentito che non sarei mai stata una vera
ragazza di città come quelle che vedevo al lavoro o nei locali, quelle per cui
il mondo inizia e finisce in città, nel quartiere, a cui non viene neanche in
mente di fare una passeggiata in montagna perché è scomodo. Faccio un lavoro che molti definirebbero
trendy, ma sotto sotto mi sento sempre provvisoria, un po’ fuori posto. Dentro
di me sento forte il richiamo del verde, della natura, degli animali, dei cibi
semplici e naturali, di una casetta arredata country e di un focolare domestico.
Quando sono in crisi
la prima cosa che immagino è di rifugiarmi in un posto sperduto in mezzo alla
natura e vivere del mio orto, delle marmellate fatte in casa, della vicinanza
degli animali, dei ritmi naturali. Soprassediamo sul fatto che non sono
propriamente una persona mattiniera, che ho il terrore degli insetti, patisco
il freddo e il caldo e amo le comodità e la tecnologia… Probabilmente in
campagna non sopravviverei più di un
mese con le mie forze: appunto, sono una
City Country Girl, e cerco un modo per armonizzare le mie due nature e vivere
un compromesso soddisfacente. Cercherò di condividere le cose che mi stanno
a cuore: i viaggi grandi e piccoli, le gite fuoriporta e i trekking alla
scoperta di atmosfere e borgate interessanti, l’alimentazione naturale e la
cucina sana, tutto ciò che è bio-eco-equo, lo yoga e la ricerca spirituale, le letture, la musica.
Il compagno delle mie vicende sarà il Cowboy, il fidanzato
musicista con un armadio pieno di camicie e quadri e il mio stesso dilemma tra
città e campagna, che a volte si sente uno Space Cowboy e altre volte un
valsusino No Tav. Fondamentale anche il Country Cat, un felino cittadino ma un po’
rustico, che non sempre usa la cassettina per i suoi bisogni perché sogna di
marcare il suo territorio, un enorme prato con tante farfalle da rincorrere. E
poi tanti amici di una vita o di un giorno con cui condividere un pezzo di
cammino, nella speranza di muoverci gradualmente verso la consapevolezza.
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